8 Settembre 2026
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Dall’antisemitismo nazista all’antisionismo, l’odio contro Israele è diventato mainstream
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Dall’antisemitismo nazista all’antisionismo, l’odio contro Israele è diventato mainstream

Peppe Rinaldi Maggio 29, 2025 5 min read

L’universo “pro-Pal” custodisce un vecchio patrimonio di idee e di azioni. E’ il patrimonio del nazismo, l’assimilazione dello zeitgeist di quegli anni infernali, la ripetizione in scala di pensieri opere e omissioni di un popolo, quello germanico, ipnotizzato dall’idea secondo la quale gli ebrei sono origine e causa di tutti i mali del mondo, a partire dalla corrosione progressiva della razza ariana. Una storia antica, si direbbe. Questo patrimonio non ammetteva – e non ammette – che l’annientamento degli ebrei, quindi di Israele, che è il loro stato. Il progressista collettivo, nel comporre le immagini che abbiamo visto rifiorire gagliarde dall’8 ottobre 2023 in avanti, ha osservato, stizzito, che è un ignobile paragone, che non si tratta di ebrei ma di «sionisti» che stanno rovesciando il male ricevuto dai tedeschi sulla disgraziata e, soprattutto, innocente popolazione palestinese, in un contrappasso analogico ma senza logica, quasi a dire che c’è qualcuno più ebreo degli altri. Dopo la caduta di Weimar in Germania ci fu tanta brava gente, milioni di individui normali che non avrebbero torto un capello a nessuno, uomini e donne che tiravano la carretta come tutti, che facevano gli avvocati, i muratori, gli elettricisti, i medici, i poliziotti, gli impiegati pubblici, anche i sacerdoti o gli intellettuali, per non dire dei giovani che respirarono quell’aria mefitica che, pian piano, entrò nei polmoni infettando il sistema sanguigno per piazzarsi non solo nella mente ma soprattutto nel cuore di una intera popolazione, fino a farsi senso comune. Cosa, poi, accadrà nella pratica lo sappiamo benissimo. Il modulo si è replicato oggi in modo peggiore perché i nasi adunchi sui manifesti e nei libri o gli adesivi anti-giudei davanti ai negozi (vedi Napoli e Milano di questi giorni) diffusi in quegli anni non sono nulla al confronto delle immagini apocalittiche che arrivano nelle case di chi a stento sa dove si trovi Israele ma sa per certo che sta ammazzando bambini e donne e anziani per puro sfizio, naturalmente dopo aver estromesso un pacifico popolo locale 80 anni fa con una proditoria occupazione. Anche questo si è fatto senso comune, risarcendo un certo Goebbels per la sua celeberrima frase sulla menzogna ripetuta all’infinito che a un certo punto diventa verità per tutti: l’ariano dal piede equino ma dal cervello satanico fu convincente per tedeschi e affini, la “narrazione” della vicenda palestinese ha invece centrato in pieno l’obiettivo quasi globalmente. E si vede.

Gli studi sulle affinità tra nazismo e movimento di “liberazione” palestinese non sono moltissimi e rientrano perlopiù nella categoria generale del rapporto storico-organico tra la svastica e la mezzaluna. Se ne sono occupati di recente Rafael Medoff, fondatore e direttore del “David S.Wyman Institute” del Nebraska, ne ha scritto Elie Fagan sul Washington Jews Week come pure Nadav Shragai su Israel Hayom. Il compianto Robert Wistrich (morto a Roma nel 2015), massimo studioso delle radici dell’antisemitismo, fu profetico col suo “Hitler’s Apocalypse: Jews and the Nazi Legacy” del 1985, quando rilevò la sostanziale similitudine del “tutto o niente” del Fuhrer con ciò era venuto formandosi nel Medio Oriente dal ‘48 in avanti. Joseph S. Spoerl, del Centro studi per la Sicurezza e gli Affari esteri di Gerusalemme, ha scritto che “sia il nazismo che l’islamismo postulano un nemico ebraico con intenzioni genocide nei confronti dei non ebrei e che merita in cambio una risposta genocida”: proprio quel che continua ad accadere da 80 anni in Israele, culminato con la massima carneficina sin qui sperimentata il 7 ottobre 2023, con la tremenda differenza che oggi ai massacrati si imputa di massacrare i propri massacratori. Qualcosa è davvero andata storta se anche le menti migliori, diciamo, dell’Occidente non si accorgono di ciò che dicono e fanno con i loro “Cessate il fuoco” e “Palestine will be free from the river to the sea”, quando non si spinge col ritornello, inutile, dei “Due popoli due stati”.

A Gaza ci sono circa due milioni di abitanti. Tentando di conservarci equilibrati, si potrebbe affermare che almeno il 50% è allineato, mentalmente e sentimentalmente oltre che materialmente, ai propri governanti, cioè Hamas in testa, Jihad islamica e Comitati di Resistenza a seguire. Anche a Gaza ci sono splendide persone, bravi padri di famiglia, lavoratori e professionisti o anche semplici disoccupati che, come i tedeschi dopo Weimar, si sono uniformati per convinzione, necessità o interesse al proprio apparato di stato e di governo. C’è chi sostiene che se si votasse domani mattina Hamas vincerebbe di nuovo, anche sotto le bombe e tra le macerie di questi infiniti tragici giorni. Non è da escludere. Quando l’Armata Rossa era a pochi metri da Berlino nel ‘45, moltissimi tedeschi, non solo la Wehrmacht, continuarono a resistere – anche quella fu Resistenza, no? –  in ogni casa e in ogni strada e in ogni dove: si calcola che furono circa 125mila solo i civili morti, cui vanno aggiunte le diverse decine di migliaia che preferirono suicidarsi per varie ragioni (la paura della rappresaglia sovietica per gli orrori commessi in Russia, la caduta di un mondo, la delusione della sconfitta, etc), città come Demmin divennero tristemente note per ondate di suicidi di massa, con intere famiglie che si toglievano la vita. La stessa infezione, stesso delirio allucinatorio del “martirio” palestinese di oggi dalla larghissima base sociale, culturale e religiosa.

Tutti uccisi dalla guerra che il loro Paese aveva voluto e scatenato. C’è un altro popolo in guerra adesso a Gaza che la guerra ha cercato, sperato e ottenuto. Come in tutte le guerre ci si ammazza, muoiono gli innocenti, muoiono i carnefici, muoiono tutti. Le guerre hanno sempre una ragione, non nascono dal nulla e quella oggi in corso nella biblica «pustola» ai confini con l’Egitto (e domani un po’ più su in Cisgiordania) sappiamo tutti perché c’è e perché ci sarà ancora fintantoché ne esisteranno certi presupposti. Tranne mezzo Occidente.

Pubblicato su Il Riformista.it del 9 giugno 2025

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